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Il fiume dell’amore di, Hanin Omar

Pubblicato da nustalgia su Settembre 9, 2008

traduzione a cura di, Asma Gherib

Nei suoi occhi s’intravedeva una canzone triste…
La terra di questo paese, anche lei emanava odore di vecchie e nostalgiche canzoni…  Dal suo corpo si sentivano sogni di terra e di acqua sorgere dal Tigri e dall’Eufrate, per poi finire in mare.

Eravamo ormai saliti in macchina; mi prese la mano e si mise ad accarezzala, bisbigliandomi con voce rauca e triste:
-    « Senti freddo ? »
In quel momento avvertivo un freddo gelido, molto più forte del semplice freddo alle dita della mano, che avevano trovato nella mano di lui una patria dove dormire e rifugiarsi, come un uccellino spaventato dall’ignoto.
Lo guardai, premendo le sue dita nella mia mano, mentre pensavo alla sua decisione di abbandonare Baghdad per andare a vivere a Bassora, dove i suoi genitori possedevano una casa abbandonata da tanti anni .
Sapevo che la terra che circondava questa casa era grande, immensa e deserta, una terra che aveva perso ogni speranza di diventare nuovamente verde, per abbellire almeno il vuoto di quel posto e alleggerire la tristezza delle palme, rimaste lì sole, a guardare l’orizzonte cercando un dolce sogno che poteva dare  la gioia ai loro datteri gialli.
Non potevo dire di no o almeno convincerlo di ripensarci un’altra volta, una volta che la situazione nella capitale era diventata insopportabile: uccisioni, esplosioni e la morte, che consuma tutto ciò che trova intorno a sé senza lasciarci la speranza di una nuova alba, dopo un lungo buio espanso da tanto tempo sulla patria.
Una patria, dove la nostra sanguinante quotidianità è diventata un pasto appetitoso, che i mezzi di comunicazione dividono tra loro.
Il mio amore, anche lui lavorava per i mezzi di comunicazione come corrispondente della televisione, ma a causa delle varie tensioni nell’ ambiente del lavoro era stato colpito da una forte crisi depressiva e aveva deciso improvvisamente di abbandonare,il suo lavoro compreso, e di fuggire verso un posto dove né le telecamere dell’agenzia di stampa internazionale né le esplosioni delle auto-bombe avrebbero potuto raggiungerlo, e soprattutto  non avrebbe potuto raggiungerlo  -neanche- il tanfo del fallimento arabo. Nella sua decisione vi era anche il fatto di portarmi  con se.
Dalla macchina intravedevo una strada ruvida, deserta e lontana come una canzone immersa nei lontani ricordi dell’infanzia.  Tutto intorno c’erano solamente le tracce dei lunghissimi anni dell’assedio e del dolore dell’Iraq…
Accesi l’autoradio, cercando una canzone che potesse rompere il silenzio delle nostre labbra che cercavano risposte insignificanti.
Lui canticchiava, seguendo il ritmo della canzone con una voce chiara come la luna piena in mezzo al cielo di Baghdad, mi guardava sorridendomi…  Ricambiai il sorriso e mi misi a guardare il bordo della strada deserta…
Abbassai un po’ il finestrino, cercando di contemplare profondamente il territorio della nostra patria, quella terra abitata dal nulla e persa tra la folla della solitudine.  Avvertì dentro di me l’emergere di una piccola domanda che si era trasformata in una lagrima e che scorreva lentamente lungo la mia guancia…  Una domanda che non potevo neanche sussurrare, perché era ormai sparita in mezzo al mio profondo silenzio.
« Mi ami ancora ?»
Forse avevo profondamente bisogno di sentirgli rispondermi di sì, e chissà, forse quel suo sì poteva trasformarsi in un graticcio di gelsomini, che avrebbe fatto rivivere la terra dell’Iraq, che, la sua vita, l’aveva ormai persa.  Chissà se questo poteva trasformarsi in ruscelli innamorati e gioiosi, per far sparire il lento sfiorire degli occhi delle palme, ferme lì su quella terra come un testimone con il compito di documentare la storia. Proprio sul tronco di una di queste  palme, molto vicino all’ingresso della piccola casa, passai le dita mentre lui apriva la porta invitandomi ad entrare nel mio nuovo mondo…  Un mondo pieno di terra e dell’odore di vecchie tombe.
Mi ricordavo della nostra prima casa a Baghdad, non molto grande  ma elegante ed ordinata, che ci univa meravigliosamente,con  la sua aria pregna dei nostri profumi mattutini, mentre bevevamo il tè in fretta per andare al lavoro.
Mi ricordavo di come l’avevo amato…di come avevo amato la vita con lui , mi tornavano in mente le sue ,le  nostre ambizioni:
Lui era un uomo di successo, coraggioso come Napoleone… bello, elegante e profumato come le poesie andaluse; l’avevo amato per tutto questo, era semplicemente l’uomo delle sfide che mi dava la forza per vivere, per sognare e per sorridere.
Perché era improvvisamente cambiato…?
Non era forse lui che sognava una casa grande e un posto di lavoro importante, mentre io sognavo di dargli un amore sempre più grande…??
Non era forse lui che rifiutava di passare le vacanze in campagna, proponendomi un viaggio in Italia… dove potevamo goderci una passeggiata in battello sui canali di Venezia e le feste di carnevale piene di luci e di  maschere?
Ma i nostri sogni si erano crudelmente abbattuti prima del tempo e la sconfitta era stata come una dura roccia su cui ci eravamo scontrati e all’improvviso era arrivato alla conclusione che il mestiere della fatica e la passione di sognare erano ormai diventati più grandi delle nostre capacità.
Aveva lasciato il suo lavoro per seguire la sua follia… ed anch’io avevo lasciato il mio per seguire la mia follia: il mio  amore per lui,  Quindi avevamo chiuso la nostra casa a Baghdad per aprire quell’altra che si affacciava su un pezzo di terra morta, dove non c’era altro che sterile polvere. Continuai macchinalmente a toccare il tronco della palma sentii la sua voce dirmi
« Questa è la terra dell’Iraq.»
Ma io ancora  pensavo  ad altro, i miei pensieri andavano oltre il campo di questa terra che ci circondava, pensavo al Tigri…  un fiume che assomiglia a me e che mi faceva compagnia alleggerendomi il peso della solitudine che mi travolgeva nei momenti dell’assenza del mio uomo , che aveva scelto di fare amicizia con la zappa anziché con la penna.
il Tigri è il mio amico che mi aveva seguita da baghdad sin qui…  regalandomi la speranza di poter colorare questo luogo e riempirlo  ancora con i nostri sentimenti di amore.
Improvvisamente la sua voce mi spinse al presente «Si é asciugato il pozzo..!!!»
Fui terribilmente fulminata da questa frase, che sembrava un esplosione giunta da Baghdad; sapevo che lui si attendeva tanto da questo pozzo, sperava che la sua acqua avrebbe colorato di verde questo vuoto intorno a noi.
Mi avvicinai al bordo del pozzo, senza dire nulla; guardai il suo fondo come una che stava per gettare l’ultimo sguardo sul cadavere di un caro defunto dentro la sua tomba.  Dai i miei occhi sfuggì una lacrima, che andò a finire sul lenzuolo funebre dell’acqua che era partita prima del nostro arrivo.
Lo guardai e prima di rendersi conto della gravità dell’accaduto, mi disse per alleggerirmi lo shock:
-    « Ma io scaverò un altro pozzo…»
Aspettavo che lui mi dicesse tutto tranne questo!!!  Come ad esempio che avrebbe preso la mia mano e mi avrebbe portato via da qui per tornare da dove eravamo venuti.
Ero ancora scioccata quando lui, circondando le mie spalle con il suo braccio forte, mi disse :
«Non essere triste, andrà tutto bene.»
« Ma andrai a scavare sul serio un altro pozzo ?  »
« Certo, vedrai, trarrò la mia forza dai tuoi occhi… e la mia volontà dalle tue labbra.  anzi farò sorgere dalla terra un terzo fiume che viaggerà tra il Tigri e l’Eufrate; sarà come un fiume d’ amore … E sarà sufficiente a resuscitare la primavera in questo paese». riprese a camminare e si capiva che era deluso dal sorriso che fece .ci sembrava di raccogliere le parti della nostra vita sparsa qui e lì come i giocattoli di un bambino vivace…lui prese la sua zappa… mentre io andavo verso casa covando  la mia delusione ed il mio rammarico per la sua mano vellutata, che non aveva fatto altro per tutta la vita che scrivere, ed ero preoccupata che venisse anche lei colpita dalla siccità e che diventasse sterile come le palme di questo giardino abbandonato.
Ancora dopo una settimana cercavo di abituarmi a questa nuova vita di campagna, privata della mia passione per la scrittura che si era persa tra il vuoto di questo campo, i cui fiori, ormai, non c’era più speranza di far tornare, andati via verso una lontana primavera. Lui invece sembrava un essere posseduto dallo spirito di Ercole: passava tutta la giornata a scavare… un pozzo qui, un altro lì… ed un terzo… e non sgorgava nessuna acqua che potesse annaffiare la terra se non l’acqua dei miei occhi, che versavo di nascosto per non far capire all’uomo che amo che lui sta lottando inutilmente come Don Chisciotte ed i suoi mulini a vento.
Mi mancava l’aria, non respiravo più!!! Avevo appena finito di parlare al telefono con mia madre, lei cercava di convincermi ad abbandonare un marito ormai reso folle dalla crisi della nostra patria, voleva che tornassi alla mia città, Baghdad, che sicuramente aveva nostalgia delle mie braccia, la stessa nostalgia che anch’io avevo per lei.
In quel giorno il sole stava tramontando, come una pillola calmante  effervescente scivolata nel fondo di un bicchiere…  Mentre il cielo si stava oscurando, annunciando pioggia e tristezza, mi sentivo ormai triste anch’io.
Uscii per raggiungerlo dove stava scavando:
I colpi della zappa mi innervosivano, il suo volto era pieno di un sudore che emanava l’odore della memoria di una donna distrutta, come una barca sullo Shatt ̣al-‘Arab(1).  Volevo gridargli per farlo smettere di scavare.  Lui si era accorto della mia presenza, sollevò i suoi occhi verso di me e mi chiese:
« Che cos’hai ?»
« Ma non smetterai mai di scavare? »
« Ancora qualche colpo…»
« Ma é inutile…» e lanciai un forte sospiro che parve spaccare profondamente la terra.
lui sorrise, cercando di nascondere il suo dolore dicendomi:
-    «non vi é vita perdendosi d’animo e non ci si perde d’animo con la vita».
mandai di nuovo silenziosamente  un altro sospiro, dicendo:
- «domani tornerò a Baghdad.  Mia madre mi ha chiesto di lasciarti, ha chiamato poco fa».
La zappa cadde dalle sue mani, come un uomo che ha ricevuto una coltellata dritta al cuore…  Mi chiese sorpreso:
« E perché ? ? ?»
Bisbigliai:
« Cerca di essere realista… stai scommettendo su un cavallo perdente…»
Rispose con voce bassa e triste, mentre riprendeva la zappa:
« E quindi mi lascerai ???»
« Perché non vieni con me ?»
« Non, non tornerò».
Sollevò la zappa, colpendo con rabbia la terra…  Cercai di trovare parole più convincenti:
« Possiamo cominciare una nuova vita anche lì a Baghdad».
Fingendo di non sentirmi, sollevò nuovamente la zappa colpendo la terra e mi disse a voce bassa:
« Perché mi hai seguito?..»
Lo guardai:
guardavo il suo stato disperato; era del tutto cambiato, sentivo l’odore del suo sudore, guardavo la polvere che copriva il suo viso e il suo sorriso, guardavo i suoi capelli che avevano perso ormai la loro brillantezza e la loro morbidezza… guardavo il volto che si era trasformato, diventando come il volto di un afflitto contadino che aveva perso tutti i sogni affidati a questa terra.
Scoprii, allora, qualcosa di enorme!!!  sbagliavo, quando pensavo di essermi innamorata non solo di lui ma anche del suo  successo e delle sue n tante ambizioni.  Io lo amavo ancora anche se si era ridotto come un povero contadino, e lo amavo in quel momento forse più di come lo amavo prima, perché c’era questa tristezza che ci fondeva e ci legava sempre di più!!!
I suoi occhi erano ancora due canzoni d’amore… non importava se il loro ritmo si era trasformato dal jazz ad un altro ritmo più popolare; anzi questo ritmo era ancora più bello del primo e molto più spontaneo.
La zappa era ancora sospesa nell’aria e lo era anche la sua domanda…
Mi abbassai un po’ per avvicinarmi di più a lui, ma lui tornò a chiedermi senza smettere di scavare:
« Perché mi hai seguito?»
Sorrisi e pronunciai una frase che somigliava ad un gabbiano volteggiante sul Tigri:
« Perché ti amo.»
Nell’istante in cui pronunciai questa frase la zappa calò violentemente e improvvisamente l’acqua zampillò tra le dita della terra, era una cosa  meravigliosa e sorprendente.  Il mio amore saltò dallo spavento e mi prese tra le sue braccia incredulo… era da tanto che non ci abbracciavamo così forte come due uragani… e nel contempo con l’affetto di due bambini.
Era da tanto che non capitava un miracolo del genere, un miracolo accolto dal cielo insieme a noi con un carnevale di pioggia e di tuoni:
Acqua che gorgogliava dal grembo della terra e dall’anima del cielo per fondersi danzando, seguendo il ritmo delle nostre risate mentre correvamo verso la casa con le mani intrecciate, mani che portavano il sapore della terra di questa patria e il profumo del fiume dell’amore.

(1) Il corso inferiore del Tigri e dell’Eufrate, dove essi scorrono nello stesso alveo

Haneen Omar/ nata in Iraq nel 1983. Risiede attualmente in Algeria. Poetessa e scrittrice, è membro dell’unione degli scrittori arabi. Tra i suoi romanzi pubblicati : Quando sorridono gli angeli e Diario di una dottoressa iracena nell’ultima guerra del golfo.

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