Poesia e profezia: Asma Gherib
Pubblicato da nustalgia su Novembre 9, 2008

إذا الشعر لم يهززك عند سماعه فليس حريا أن يقال له شعر[1]
Quando il cordone ombelicale della creazione legava la natura all’uomo, quest’ultimo non avvertiva bisogno alcuno di sillabare le sue lettere o di capirla, egli semplicemente faceva parte di essa, risiedeva in lei e lei in lui; quando questo legame fu spezzato, l’uomo si sentì immediatamente smarrito ed espulso dal grembo del suo dolce e tiepido Eden, cominciò quindi a patire i dolori di quell’improvviso svezzamento, ciò diede inizio ad un lungo e duro viaggio verso il recupero dell’innocenza perduta, verso la ricerca della vela e della bussola per poter ancorare nuovamente nel porto dell’ assoluta bellezza e beatitudine dell’anima umana.
L’uomo, in questo suo viaggio, pensava che l’arte potesse essere una delle migliori strade da percorrere, ma dimenticava che essa, per quanto potesse sembrare un perfetto medium, ha fatto perdere ai sensi e alle percezioni dell’uomo la verginità del sentire e l’infanzia del percepire. Egli, nel suo cedere alle diverse fantasie e immaginazioni creative ed artistiche, finì per credere che fossero la lunga e cercata Verità.
Nella pittura ad esempio, l’uomo pensava di aver trovato il mezzo giusto per una efficace comunicazione, ma egli non immaginava quale potesse essere ad esempio il vero colore della bugia, del tradimento o dell’astuzia. Anche la parola poteva essere una chiave per una migliore lettura dell’universo, ma l’uomo non considerò l’essenza di quest’ultima, fatta di un fardello carico di una storia umana lunga e impegnativa, una storia che ha corroso la parola degli uomini, facendo di essa un mezzo terribilmente spento e arrugginito.
I sentimenti dell’uomo sono in continuo movimento, il significato della parola è sempre statico e stagnante, ecco perché il comunicare con gli altri sembra quasi impossibile. La voce e il significato della parola, in una qualsiasi lingua, sono uniti tra loro attraverso un legame puramente terminologico e la fittezza dell’universo soffoca perfino la mitezza dei sufi e dei poeti, entrambi infastiditi da questa fittezza[2], ciò spiega perché non si è riusciti a dare sino ad oggi una definizione precisa e definitiva della poesia[3], perché essa in realtà è un bruciarsi sino all’infinito, essa è la luce impossibile. La poesia può nascere dalla mente di un poeta, scritta bene sia a livello linguistico che retorico, ma non può mai essere considerata una vera poesia o un autentico bruciarsi se non quando nasce dal cuore. La mente riceve il seme della parola creativa, il cuore invece lo innesta, lo nutre e poi lo partorisce, come un vero e autentico testo poetico; la storia dei poeti arabi è fatta di questo cammino impossibile, verso il recupero di quella luce irraggiungibile, quello stato di pace quasi divino.
Il termine “poeti”,ossia Shu‘arā, in lingua araba è stato portato a grandi livelli di sacralità quando fu dato come titolo ad una intera sura del Corano[4], per mostrare quanto fossero importanti i poeti per la religione musulmana e non per offenderli o colpire il loro grande valore, come sostenevano prima alcuni fuqahā’, basandosi sui famosi versetti in cui Dio dice:
” 224و الشعراء يتبعهم الغاوون 225 ألم تر أنهم في كل واد يهيمون 226 و أنهم يقولون ما لا يفعلون 227 إلا الذين آمنوا و عملو الصالحات و ذكروا الله كثيرا و انتصروا من بعد ما ظُلموا و سيعلم الذين ظلموا اي منقلب ينقلبون.” [5]
Se non fosse stato per l’esaltazione che il profeta Mohammed (S.WS) fece del grande poeta dell’Islam Qa‘b Ibn Zuhair, quando si tolse il mantello per donarlo al poeta dopo aver ascoltato la recitazione della sua famosa poesia « Bānat Su‘ādu », oggi la poesia araba sarebbe proibita dalla maggioranza dei giuristi musulmani.
Il corano in questa sura ha voluto fare una distinzione tra il ruolo della poesia e quello della profezia. Dio ha voluto precisare cosa significhi essere poeti e cosa essere profeti, sebbene entrambi siano uniti dalla ricerca della verità, del bene e della giustizia; se però i profeti mirano ad una verità assoluta, quella dei poeti è relativa e parziale, ecco perché ‘Alī Mahmūd Taha[6], in uno dei suoi versi, descrivendo la nascita del poeta, scrisse:
نزل الأرض كالشعاع السني بعصا ساحر و قلب نبي[7]
Infatti, per ‘Alī Mahmūd Taha, il poeta è come un angelo che scende sulla terra con l’intenzione di cambiare la realtà degli uomini, tenendo in mano solamente “ un bastone da mago”, i cambiamenti del poeta però possono andare verso il meglio come verso il peggio. Il poeta, secondo ‘Alī Mahmūd Taha, ha anche “ il cuore di un profeta”, che cerca il bene e la giustizia sognando solo di raggiungerli ma non di realizzarli sulla terra, perché egli comunque rimane un poeta e non un messaggero di Dio. Questo spiega la differenza sottolineata nei versetti coranici, quando Dio, descrivendo i poeti, dice che essi vagano per ogni vallata e dicono ciò che non fanno, il ché fa supporre che essi non abbiano una meta ben precisa da raggiungere. Resta comunque chiaro che la verità di questi versetti è ben altra, che i poeti s’impegnano nella ricerca di una parte o non di un tutto, come si legge in un verso di uno dei famosi poeti delle sette Mu‘allaqāt[8], ‘Antara Ibn Shaddād[9], che scrisse:
هل غادر الشعراء من متردم أم هل عرفت الدار بعد توهم[10]
Egli spiega come i poeti non lascino un argomento senza averlo trattato e come ognuno di loro inizi esattamente dove si è fermato il poeta precedente, come un Mutaraddam متردّم, ossia una fossa che non appena viene riempita si svuota di nuovo, aspettando che qualcun’altro venga e la riempie nuovamente. Essi errano per ogni vallata, trattano tutti gli argomenti e se essi, come dice il Corano, vengono seguiti dai “ sedotti” è un punto a favore della poesia araba. Questo spiega come i poeti abbiano il loro pubblico, i loro lettori, i sostenitori delle loro scuole letterarie,mentre i profeti hanno i loro seguaci, discepoli o meglio ancora i loro ansār :
“ فلما أحس عيسى منهم الكفر، قال: من أنصاري إلى الله؟ قال الحواريون، نحن أنصار الله، آمنا بالله و اشهد بأنا مسلمون”[11]
I poeti dicono ciò che non fanno! E’ vero, ma questo, come sottolinea il Corano, fa riferimento alla densità del simbolismo nei testi poetici arabi e il simbolismo non significa dire bugie o falsità[12]. Se la poesia è bella, è solo perché ci permette di errare insieme al poeta, da un labirinto all’altro e non invano la poesia araba è riuscita a liberarsi dalle catene del testo classico, carico di rime e di figure retoriche tradizionali, per ribellarsi contro il passato, per cercare un vero rinnovamento sia nella forma che nel contenuto, dando così vita ad una nuova corrente che i critici arabi hanno chiamato “la poesia del rinnovamento” ossia shi‘r al-Hadāthah.
[1] Il poeta iracheno Jamīl Sidqī ez-Zahāwī : Se la poesia non riesce a commuoverti/ non merita di essere chiamata poesia.
[2] Sadiq Ibn Hasan Taqnūjī, Abjad al-‘Ulūm, a cura di Ahmed Shams ed-Dīn, volume III, Beirut, Dār al-Kutub al-‘Ilmiyyah, 1999. P. 112.
[3] In arabo la poesia è chiamata ash-Shi’r, deriva dal verbo trilittero Sha‘ara e significa, come spiegò Ibn Manzur nel suo Lisān al-‘Arab, Manzūm al-qawl, ossia il discorso sistemato e ordinato. Il plurale di Shi‘r è Ash‘ār, il poeta è Shā‘ir, i poeti invece sono ash-Shu‘arā’.
[4] Questa sura è scesa a Mecca intorno al 619, essa è la ventiseiesima sura del corano, composta di 227 versetti, 1322 parole e da 5517 lettere. Fu chiamata la sura di ash-Shu‘arā’, perché Dio in essa parla dei poeti, citando alcune delle loro notizie con l’obiettivo di rispondere a quelli che dubitavano del messaggio del profeta Mohammed (S.W.S), paragonandolo alla poesia e di conseguenza considerando un poeta anche il profeta.
[5] “- 224 E i poeti, che i sedotti seguono, – 225 non vedi come vagano per ogni vallata – 226 e dicono quel che non fanno? – 227 Eccetto coloro che credono ed operano il bene, e molto menzionano Dio e si difendono, coll’aiuto divino, quando sono ingiustamente oppressi: ma gli oppressori sapranno quale sorte li attenda.” Alessandro Bausani, Il corano, introduzione, traduzione e commenti. Milano, Bur Classici, 1994, P.273.
[6] Poeta egiziano, nacque a el-Mansūrah nel 1902 e morì nel 1949. Fu uno dei pionieri del romanticismo arabo, anche se non è stato ben valorizzato come lo furono alcuni dei suoi contemporanei come Ibrahīm Najī e Mohammed al- Hamsharī. La maggioranza dei testi di ‘Alī Mahmūd Taha erano di natura politica e nazionalista nonostante egli sia morto prima della rivoluzione del luglio 1952, ossia prima di Thawrat az-zbbāt. Egli fu architetto prima di diventare un membro del parlamento egiziano. La sua prima opera portava il titolo di Le notti del marinaio errante, ossia in arabo Layālī al-Mallāhat-Tā’ih (1940), in cui si nota bene l’influenza del romanticismo francese e soprattutto l’influenza di Alphonse de Lamartine. Altre famose opere sono: Sharq wa gharb / Occidente e oriente (1942), Arwāh wa ashbāh/ anime e fantasmi (1942), Zahr wa khamr/ Fiori e vino (1943), ash-Shawqu al-‘ ā’id / le passioni del ritornante (1945).
[7] Si tratta del primo verso della sua poesia Nascita di un poeta:
Scese sulla terra come un raggio abbagliante / con il bastone di un mago e il cuore di un profeta
[8] E’ il nome delle sette odi composte presumibilmente tra il VI e VII sec nella penisola arabica preislamica. Sembra che tali poemi fossero i vincitori di tenzoni poetiche tenute all’annuale fiera di Ukàz. Trascritti in lettere d’oro e appesi, come segno distintivo, alle pareti della Kaba, santuario già prima dell’Islàm. Essi furono raccolti nell’VIII sec. dal filologo Hammād ar-Rāwiya Ibn Maysarah Ibn Mubārak Ibn ‘Ubaid ad-Dayhamī, che secondo certa critica ne fu pure l’autore, spacciandole poi per antica poesia. Hammād ar-Rāwiya ha lasciato anche un’altra opera che porta il titolo di Le poesie della ribeba, ossia Ash‘ār ar-Rabāb. La prima mua‘llaqah (sing. di muallaqāt), tanto in ordine di tempo che di valore poetico, è considerata quella di Imru’u l-Qais, l’errabondo e avventuroso figlio del re di un precario regno nord-arabico, “capo dei poeti del fuoco dell’inferno” agli occhi del puritanesimo islamico. Alcuni dicono che il numero delle muallaqāt sia dieci e non sette. I loro poeti sono i seguenti: Tarafah Ibn al-‘abd, al-A‘shà, Zuhair Ibn Abī Salmà, ‘Antara Ibn Shaddād, ‘ubaid Ibn al-Abras, an-Nābighah adh-dhubiyānī, Imru’u al-Qais, al-Hārith Ibn Hillizah, ‘Amru Ibn Kalthūm e infine Lubaid Ibn Rabī‘ah al-‘Amirī.
[9] ‘Antarah Ibn ‘Amr Ibn Shaddād Ibn Mu‘āziyqh Ibn Qurād al-‘Absī ( ?- 601), è uno dei più famosi poeti arabi del periodo per-islamico. E’ noto per la sua poesia epico-cavalleresca e la poesia d’amore per la sua amatissima ‘Ablah. Il nome ‘Antarah deriva dal nome di un tipo di mosche chiamate al-‘Antar, veniva chiamato anche con il soprannome al-Fayhā’, per una spaccatura che aveva al labbro inferiore. L’essere un grande cavaliere e un vero poeta dotato di una fortissima morale, fece di lui uno stimatissimo uomo nella sua tribù, cosa che il padre riconobbe e per cui lo rese libero dopo la grande vittoria che portò alla sua tribù con la partecipazione alla battaglia di Dāhis e al-Ghabrā’. Fu assassinato da al-Lath ar-Rahīs,, un altrettanto potente guerriero che ‘Antara rese cieco durante una delle sua guerre.
‘Antarah iniziò la sua vita letteraria come un poeta dallo stile ordinario, finché un giorno non venne insultato da uno degli uomini della sua tribù per il suo colore nero, come di sua madre e delle sue sorelle, cercando di colpirlo anche nella sua creatività letteraria, dicendo che essa non aveva nulla di grandioso o particolare, motivo per cui scattò nel cuore del poeta guerriero la necessità di rispondere con un opera che sarebbe stata eterna, letta e venerata dalle future generazioni, componendo la sua bellissima mu‘allaqah che inizia con i seguenti versi :
هل غاادر الشعراء من متردم أم هل عرفت الدار بعد توهم
يادار عـــبـلة بالجواء تكلمي و عمي صباحا دار عبلة و اسلمي
أثني علي بما علمت فإنني فدن لأقضي حاجة المتلوم
[10] “ I poeti hanno forse lasciato una fossa senza averla riempita e hai forse riconosciuto la casa dopo l’illusione?”. Al-mutaraddam è una figura simbolica che ‘Antara ha usato per fare riferimento ai diversi e infiniti argomenti che i poeti hanno trattato e continueranno a trattare. Il termine in lingua araba indica una fossa che viene riempita non appena si svuota.
[11] “Ma quando Gesù sentì il loro ribelle rifiuto, si chiese : « Chi saranno gli ausiliari miei verso Dio?” “Noi, risposero gli apostoli, siamo gli ausiliari di Dio, noi crediamo in Dio e tu vedi che a Lui ci diamo!” Il Corano, la sura della famiglia di Imràn.
[12] La poesia araba è composta di due elementi fondamentali, uno che mira alla ricerca della saggezza e un altro che vuole portare saggezza attraverso il mezzo linguistico e retorico, che gli uomini possono utilizzare e intendere con il loro intelletto: questa è la poesia. La profezia invece sta nel saper mutare il Bene dalla rigidità delle teorie tracciate dagli uomini, nella dinamicità del movimento, le religioni sono continui cammini e spostamenti, sono fatte di incitamenti e intimorimenti, comportamenti e devozioni, proibizioni e concezioni, ecco perché la da‘wah di Mohammed (S.W.S) non era un semplice messaggio teorico, ma era principalmente una pratica, una causa prima segreta e poi manifesta, che ha conosciuto cosa siano l’immigrazione e le guerre, la pace e la conquista fino ad arrivare all’ultimo pellegrinaggio, ossia la hajjah di al-Wdā‘ di questo glorioso profeta. Questa è la dinamicità dei profeti, globale e completa, quella dei poeti invece è simbolica e si limita a trasmettere la scintilla della creatività letteraria dalla mente del poeta a quella del lettore o dell’ascoltatore, per dare il via allo scambio di idee nel cammino della creatività. Portare ash-Shi’r dalla dinamicità simbolica a quella materiale ucciderebbe la poesia, il poeta non deve pensare di aver raggiunto l’assoluta verità, perché così facendo egli dovrebbe scrivere i versi della sua fine letteraria.

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