
Traduzione a cura di Asma Gherib
Non appena arrivò in quel paese lontano che si trovava sopra una montagna, incontrò un asino che stava passeggiando tra i campi, era un asino quieto e silenzioso, infatti, senza preoccuparsi dei passi dello straniero e senza avvertire alcun fastidio per l’uomo, si fermò, non molto lontano da lui, sotto un vecchio ulivo. Mosse a lungo la sua coda, forse in segno di benvenuto e per mostrare le sue buone intenzioni. Il visitatore veniva da una grande città e non aveva nessuna esperienza riguardo gli animali domestici e non; infatti si comportò in modo spontaneo senza il timore di ricevere dall’asino calci o qualcosa di simile.
Egli, persona civile, si mise a fissare l’asino, il quale, a sua volta, fece la stessa cosa con lui. Alcuni minuti dopo il civile turista, si ricordò di non essere mai salito su un asino o cavallo, tranne quando saliva coi ragazzi del quartiere sui carretti trainati da qualche asinello o vecchio mulo in un giorno di festa. Non ricordava quando fosse accaduto ma ricordava benissimo che quel carretto era dello zio Abù Maraà e che lo usava per lavorare tutto il giorno, trascinandolo avanti e indietro per le strade di una città che non risparmiava stranieri o i poveri. Mentre l’uomo riportava alla mente questi lontani ricordi, l’asino cominciò a parlare fra sé dicendo: “sicuramente questo nostro civile amico non conosce la differenza tra un asinello e un mulo e questo spiega perché finirà senza dubbio sul mio dorso, io, proprio l’asino testardo, scappato al suo padrone e finito in un lontano villaggio di montagna dove non ci sono né uomini né spiriti.”

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